Visita i nostri canali social

Ascoltare, prima di raccontare. Claudia Augusta Botta sull'evento "Vestis et Vulnus"

Ascoltare, prima di raccontare. Claudia Augusta Botta sull'evento "Vestis et Vulnus"

28 gen/26

In Vestis et Vulnus ogni elemento nasce da un gesto di ascolto e da una visione condivisa.
Abbiamo chiesto all'Artista e Costumista Claudia Augusta Botta, ideatrice e curatrice del progetto, di accompagnarci dentro il senso di questo percorso, lasciando spazio a ciò che può essere suggerito, più che spiegato.

1. Vestis et Vulnus è un titolo molto potente. Da dove nasce e cosa racchiude, senza volerlo svelare fino in fondo?

Il titolo nasce da un dialogo tra due parole che, insieme, raccontano una tensione: ciò che copre e ciò che espone, ciò che protegge e ciò che lascia un segno. Vestis et Vulnus non è una definizione, ma una soglia. Invita a stare dentro una complessità, ad accettare che fragilità e forza possano coesistere, senza bisogno di essere risolte o chiarite del tutto.

2. Questo progetto mette al centro l’arte come linguaggio di cura. Cosa ti ha spinto a intraprendere questo percorso?

Sentivo l’urgenza di creare uno spazio in cui la cura potesse essere raccontata in modo non didascalico, ma sensibile. L’arte ha questa capacità: non semplifica, non riduce, ma accompagna. Vestis et Vulnus nasce dal desiderio di offrire un’esperienza che non raccontasse il dolore, ma lo attraversasse con rispetto, trasformandolo in relazione, ascolto e presenza.

3. Gli abiti hanno un ruolo centrale nel progetto. Come li hai immaginati?

Non come costumi, ma come presenze narrative. Ogni abito nasce da un processo di ascolto e condivisione, e diventa un contenitore di segni, materiali, frammenti di vita. Sono abiti che non vogliono “rappresentare”, ma evocare. Oggetti che parlano sottovoce, lasciando spazio allo sguardo e all’emozione di chi osserva.

4. In Vestis et Vulnus il coinvolgimento dei giovani è molto significativo. Che valore ha avuto per te?

È stato un valore fondante del progetto. Ho voluto che Vestis et Vulnus fosse anche un luogo di trasmissione, fiducia e crescita condivisa. Ester Buratti, Matilde Giannetti, Emma Puglia e Tommaso Rabuffetti hanno portato uno sguardo attento, sensibile, capace di muoversi con rispetto dentro una materia complessa. Il loro contributo ai costumi, agli accessori e alla parte visiva non è stato esecutivo, ma profondamente interpretativo.

5. Il lavoro su costumi, accessori e video dialoga con l’azione scenica. Come si intrecciano questi linguaggi?

Nulla ha una funzione illustrativa. Ogni elemento lavora per risonanza. Gli accessori, i dettagli sartoriali e il linguaggio video costruiscono una trama silenziosa che accompagna l’azione senza spiegare. In questo senso il lavoro dei giovani creativi è stato prezioso: hanno saputo suggerire, sottrarre, lasciare spazio al non detto, che è una parte essenziale del progetto.

6. Se dovessi descrivere Vestis et Vulnus con una sola parola, quale sceglieresti?

Ascolto.

Ascolto dei corpi, delle storie delle pazienti in dialogo con le allegorie degli affreschi della salone del Borromeo. Vestis et Vulnus nasce e vive in questa dimensione: un tempo sospeso in cui guardare, sentire e restare.

X
    Azienda con sistema di gestione per la Qualità Certificata
    Centro registrato in QuESTIO, la mappatura dei soggetti attivi nel campo della ricerca e dell'innovazione
    Organization Accredited by Joint commision internatoional