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L’Inclusività come pratica di cura: intervista alla Dott.ssa Sara Bosatra

L’Inclusività come pratica di cura: intervista alla Dott.ssa Sara Bosatra

21 lug/26

La Dottoressa Sara Bosatra è psicologa e psicoterapeuta, attualmente Vicepresidente di Bussole LGBT. Il suo percorso affonda le radici in una profonda esigenza di colmare un vuoto formativo: durante gli anni universitari, ha avvertito la mancanza di strumenti adeguati per comprendere e affrontare le tematiche legate alle minoranze sessuali e di genere, aspetti che lei stessa definisce "fondanti dell'identità umana".

Da questa consapevolezza, insieme a* collegh* Anna Giulia Curti e Claudio Baggini, ha dato vita a un progetto di studio che nel 2018 si è trasformato ufficialmente in associazione di promozione sociale, in concomitanza con una ricerca pionieristica del Prof. Vittorio Lingiardi e del dott. Nicola Nardelli sugli atteggiamenti degli psicologi verso l’omosessualità, che BussoleLGBT ha replicato in Lombardia in collaborazione con l'Ordine degli Psicologi regionale. L'obiettivo era ambizioso quanto necessario: scardinare pregiudizi e incompetenza all'interno della stessa categoria professionale, dove spesso la professionalità "crollava" davanti a opinioni personali viziate da una cultura ancora troppo rigida.

L'intervista: abbattere le barriere per una sanità umana

Dalla necessità di un linguaggio neutro alla prevenzione del minority stress, la conversazione con la Dottoressa Bosatra esplora come una comunicazione consapevole possa trasformarsi in un vero e proprio strumento terapeutico.

Dottoressa Bosatra, Bussole LGBT opera oggi su scala nazionale. Qual è il focus principale della vostra attività e come si lega al mondo sanitario?

«Ci occupiamo principalmente di attività clinica e orientamento ai servizi territoriali, con una rete di collegh* ormai estesa in tutta Italia. In ambito sanitario, il nostro sguardo è mirato all’impatto della comunicazione medico-paziente: lavoriamo per prevenire quelle "microaggressioni" involontarie che portano le persone LGBTQI+ a sentirsi invisibili o non contemplate dal sistema. Questo ha un riflesso drammatico sulla prevenzione: chi teme di non essere riconosciutə tende a evitare le visite, arrivando alle cure solo quando il problema è conclamato».

A questo proposito, ci sono aneddoti o situazioni che l'hanno colpita maggiormente nel corso della sua esperienza clinica?

«Molti. Mi vengono in mente le donne lesbiche a cui viene erroneamente detto che il Pap test non è necessario se non hanno rapporti penetrativi, o persone trans che, durante un ricovero, diventano oggetto di una "curiosità morbosa" da parte del personale, sentendosi trattate come fenomeni da baraccone. C’è una sofferenza profonda legata agli "impliciti": dover stare in silenzio o correggere continuamente il medico che dà per scontato l’eterosessualità o un genere che non ci appartiene ».

Lei parla spesso di "umiltà culturale" e approccio sistemico. Cosa intende concretamente?

«Significa che l’inclusività non deve essere solo un modulo scritto bene, ma un impegno che coinvolge tutt*: da chi accoglie al centralino a chi effettua la visita. Basterebbe sostituire nei moduli "Suo marito/Sua moglie" con "Partner" o "Situazione sentimentale" per evitare un coming out forzato e favorire una distensione psicofisica immediata nellə paziente. È una questione di cambiare sguardo, spostandolo dal puro dato biologico alla persona nella sua interezza».

Oltre alla clinica, siete molto attivi anche con i giovani. Qual è la sfida più grande nelle scuole?

«Alcunə di noi, nell'ambito della propria attività libero-professionale, lavorano anche con le scuole. Quando proponiamo momenti di confronto anonimi, le prime domande de* ragazz* riguardano quasi sempre il timore che la propria identità o il proprio orientamento sessuale siano una patologia. C’è un bisogno enorme di normalizzare questi temi, anche se spesso troviamo resistenze proprio nel personale medico che partecipa a questi interventi, legato a linguaggi ancora troppo medicalizzati ed eteronormativi».

Guardando al futuro, qual è il suo "sogno"?

«Il sogno è strutturare collaborazioni stabili che abbiano un effetto rassicurante sulla popolazione. Vorrei che la comunicazione clinica parlasse direttamente alla persona, senza attivare difese. Dare spazio a tutt* con un linguaggio inclusivo significa far sentire lə paziente riconosciutə; a quel punto, sarà molto più disponibile a collaborare per la propria salute. È questa la sfida della contemporaneità: una sanità che non lasci indietro nessuno».

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