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CLINICAL NEWS
Per i professionisti della sanità | N 1 | febbraio 2019

 Ioni carbonio per i tumori ginecologici: la ricerca avanza Ioni carbonio per i tumori ginecologici: la ricerca avanza Negli ultimi anni sono stati condotti diversi studi sull’impiego della radioterapia con ioni carbonio per il trattamento dei tumori dell’area ginecologica, in particolare della cervice uterina. I dati provengono soprattutto dal Giappone, dove questa tecno A livello mondiale, quello della cervice uterina è uno dei tumori più frequentemente diagnosticati nella popolazione femminile, anche se la sua incidenza è in graduale diminuzione negli ultimi 30 anni grazie all’introduzione del Pap test e al suo utilizzo nell’ambito dei programmi di screening. Il calo dell’incidenza e della mortalità riguarda principalmente il carcinoma della cervice uterina a cellule squamose, mentre per quanto concerne l’adenocarcinoma e il carcinoma adenosquamoso, in diversi paesi si registra un aumento dell’incidenza, per quanto si tratti di tipi istologici meno comuni. I melanomi ginecologi sono invece neoplasie rare, che interessano principalmente la vulva (4% circa delle neoplasie ginecologiche), ma anche la vagina (2% circa) e la cervice uterina (meno dell’1%). Si tratta di patologie aggressive, che comportano una bassa sopravvivenza globale a 5 anni: 37-50% per i melanomi vulvari, 13-23% per quelli vaginali, 10% per quelli cervicali. Trattamenti standard per i tumori ginecologici Nel caso del carcinoma della cervice uterina localmente avanzato, le possibili opzioni di trattamento comprendono la radiochemioterapia concomitante esclusiva e la chemioterapia neoadiuvante seguita dall’isterectomia radicale. La radiochemioterapia concomitante esclusiva, infatti, consente di ottenere miglioramenti del controllo locale di malattia e della sopravvivenza globale (OS, overall survival) rispetto alla sola radioterapia. D’altra parte, la chemioterapia neoadiuvante consente di avviare a chirurgia neoplasie inizialmente non operabili e, seguita dall’isterectomia radicale, porta un miglioramento significativo della sopravvivenza libera da progressione (PFS, progression-free survival) rispetto alla sola chirurgia, e della PFS e della OS rispetto alla radioterapia esclusiva. Anche con la radiochemioterapia concomitante esclusiva seguita da brachiterapia si ottengono buoni risultati in termini di miglioramento della OS e della PFS rispetto alla radioterapia esclusiva, anche se una frazione significativa di pazienti (30-40% circa) non ottiene una risposta completa a questo trattamento. La chemioterapia da sola, invece, è impiegata come terapia palliativa, in quanto il carcinoma della cervice uterina è generalmente poco sensibile a questo trattamento. Invece, per i melanomi ginecologici, a causa del fatto che sono tumori assai rari, non è stata individuata al momento una strategia terapeutica di provata efficacia e i dati disponibili provengono da serie limitate di casi. Quando possibile, la resezione chirurgica è il trattamento di scelta, ma la sua fattibilità dipende dell’estensione del tumore, dall’età e dalle condizioni delle pazienti; in ogni caso, anche quando è possibile la resezione completa, gli outcome clinici sono spesso insoddisfacenti e non si può escludere l’eventualità di complicanze postoperatorie che comportino disabilità fisiche e funzionali. In caso di melanomi in stadio avanzato o ricorrenti si può ricorrere alla chemioterapia, per quanto la sua efficacia al momento non sia sostenuta da prove solide. Per quanto riguarda la radioterapia, questi tumori sono radioresistenti e presentano una scarsa risposta anche a terapie con fotoni ad alte dosi. All’interno di questo scenario si inserisce la ricerca sull’impiego della radioterapia con ioni carbonio (CIRT, carbon-ion radiotherapy) per il trattamento dei tumori ginecologici, che trova un razionale nelle caratteristiche fisiche e biologiche di queste particelle, che consentono una migliore distribuzione della dose e una più elevata efficacia biologica relativa rispetto ai fotoni. La sperimentazione è particolarmente attiva in Giappone, ma anche il CNAO è in prima linea: sono 3, infatti, gli studi in partenza su questo tema presso il centro di Pavia (vedi la news CIRT e tumori ginecologici: gli studi in partenza al CNAO). Radioterapia con ioni carbonio per i carcinomi della cervice uterina Per valutare gli outcome a lungo termine del trattamento con CIRT del carcinoma della cervice uterina a cellule squamose localmente avanzato, un gruppo di ricercatori giapponesi ha condotto uno studio in cui sono state arruolate le pazienti trattate con CIRT nell’ambito di due precedenti protocolli [1]. In totale sono stati valutati gli outcome di efficacia e di safety relativi a 36 pazienti: 14 avevano partecipato al primo studio (protocollo 9702), condotto tra il 1997 e il 2000, e 22 al secondo (protocollo 9902), realizzato nel periodo 2000-2006. L’età mediana delle pazienti era di 57 anni e nella maggioranza dei casi (75%, 27 donne) avevano un carcinoma allo stadio IIIB secondo la classificazione FIGO (International Federation of Gynecology and Obstetrics); la metà delle pazienti aveva metastasi ai linfonodi pelvici. Le pazienti hanno ricevuto la radioterapia con ioni carbonio a dosi differenti, comprese tra 64,0 e 72,8 Gy (RBE). Il follow up mediano per tutte le pazienti è 36 mesi (183 mesi per le sopravvissute). A 5 anni dal trattamento il tasso di controllo locale di malattia è 72%, la sopravvivenza libera da malattia del 47%, così come la OS. A 10 anni i valori del controllo locale di malattia per i differenti stadi del tumore sono 100% per le pazienti in stadio II, 74% per quelle in stadio III e 63% per quelle in stadio IVA. Nel sottogruppo di pazienti (13 donne) che hanno ricevuto le dosi più alte, comprese tra 72,0 e 72,8 Gy (RBE) il controllo locale di malattia a 10 anni è risultato significativamente migliore (92% vs 61%) rispetto a quello registrato nel sottogruppo (23 donne) trattato con le dosi più basse, comprese tra 64,0 e 68,8 Gy (RBE). Per quanto riguarda le tossicità, nel primo protocollo sono stati registrati 2 casi di complicanze del retto e/o della vescica di grado 3/4 che hanno richiesto l’intervento chirurgico; in entrambi i casi le pazienti avevano ricevuto la dose più elevata di ioni carbonio. Nel secondo protocollo, che prevedeva una limitazione della dose somministrata nel tratto gastrointestinale, non sono state registrate tossicità di grado uguale o superiore a 3. I risultati dello studio confermano quindi che la CIRT ad alte dosi è associata a un buon controllo locale di malattia in caso di carcinoma della cervice uterina a cellule squamose localmente avanzato, e il trattamento risulta sicuro a lungo termine con le opportune limitazioni di dose nel tratto gastrointestinale. Altri due studi giapponesi di fase I/II si sono concentrati sull’impiego della CIRT per il trattamento dell’adenocarcinoma della cervice uterina localmente avanzato, con l’obiettivo di valutarne l’efficacia e la safety in monoterapia o in associazione con la chemioterapia. Nel primo studio [2], tra il 1998 e il 2010 sono state trattate 58 pazienti con carcinoma della cervice uterina, 45 delle quali con adenocarcinoma e 13 con carcinoma adenosquamoso; 27 pazienti avevano metastasi ai linfonodi pelvici. Trentacinque donne avevano un adenocarcinoma in stadio IIIB, 20 in stadio IIB e 3 in stadio IVA secondo la classificazione FIGO. L’età mediana era di 59 anni. Le pazienti hanno ricevuto la radioterapia con ioni carbonio con irradiazione dell’intera pelvi e successiva intensificazione della dose sul volume target; la dose totale somministrata al tumore era compresa tra 62,4 e 74,4 Gy (RBE) in 20 frazioni. L’obiettivo era valutare il miglioramento del controllo locale di malattia associato all’aumento della dose e le eventuali tossicità. Il follow up mediano per tutte le pazienti è 38 mesi (66 mesi per le sopravvissute). A 5 anni, il controllo locale di malattia per tutte le pazienti è del 54,5%, e aumenta al 68,2% se si considerano i casi avviati alla chirurgia; la OS è del 38,1%. Nelle donne con tumore allo stadio IIIB e IVA, il controllo locale di malattia è del 57,9% e la OS del 42,4%. Le tossicità associate alla radioterapia con ioni carbonio sono contenute: non si rilevano tossicità acute di grado 3 o superiore nei tratti gastrointestinale e genito-urinario, mentre quelle tardive interessano il 27,6% delle pazienti, ma sono di basso grado nella quasi totalità dei casi. L’altro studio ha valutato l’efficacia e la safety della CIRT associata alla chemioterapia con cisplatino in 33 pazienti con adenocarcinoma della cervice uterina localmente avanzato, trattate tra il 2010 e il 2014 [3]. Nella fase I la dose di ioni carbonio è stata gradualmente aumentata da 68,0 a 74,4 Gy (RBE), al fine di determinare la dose massima tollerata. La chemioterapia concomitante è stata somministrata al dosaggio settimanale di 40 mg/m2. La dose raccomandata di ioni carbonio determinata nella prima fase è stata poi utilizzata per il trattamento nella fase II. Delle 33 donne arruolate nello studio 27 avevano un adenocarcinoma della cervice uterina e 6 un carcinoma adenosquamoso; 14 donne avevano metastasi ai linfonodi pelvici. L’età mediana era di 47 anni. La chemioterapia concomitante è stata effettuata in 31 delle 33 pazienti e tutte hanno portato a termine la terapia prevista. Il follow up mediano è 30 mesi. Per quanto riguarda gli outcome clinici, a 2 anni il controllo locale di malatta è del 71%, la PFS del 56% e la OS del 88%. La terapia basata sulla CIRT e la concomitante chemioterapia con cisplatino è generalmente ben tollerata, con solo due casi rilevati di tossicità di grado 3-4 del tratto gastrointestinale; i risultati ottenuti suggeriscono l’opportunità di ulteriori studi per valutare l’efficacia di questa strategia terapeutica. Radioterapia con ioni carbonio per i melanomi ginecologi Un’analisi retrospettiva condotta da ricercatori giapponesi [4] ha valutato l’efficacia clinica del trattamento con CIRT dei melanomi mucosi del basso tratto genitale in 23 pazienti, trattate al National Institute of Radiological Sciences (NIRS) tra il 2004 e il 2012. Le pazienti arruolate avevano evidenza istologica di melanoma maligno dell’area genitale localizzato principalmente alla vagina (14 pazienti, 60,9%), alla vulva (6 pazienti, 26,1%) e alla cervice uterina (3 pazienti, 13%). In base ai criteri di inclusione, le eventuali metastasi ai linfonodi dovevano essere limitate all’area inguinale e pelvica. L’età delle pazienti arruolate era compresa tra 51 e 80 anni, con un valore mediano di 71. In 4 casi il tumore era una recidiva dopo l’intervento chirurgico, in 2 di questi casi trattata con chemioterapia adiuvante. Il follow up mediano per tutte le pazienti è di 17 mesi. A 3 anni, il controllo locale di malattia complessivo (per tutte le pazienti) è del 49,9% e la OS del 53%. In termini di controllo locale di malattia, si evidenziano differenze statisticamente significative in base alla localizzazione del melanoma, in particolare per il tumore della cervice uterina rispetto a quello della vagina (0% vs 55,8%) e della vulva (0% vs 100%). Dal punto di vista della safety, tranne in un caso che prevedeva il concomitante trattamento con interferone beta, non sono state osservate tossicità acute o tardive di grado 3 o superiore. Gli autori osservano che, nonostante il numero limitato di casi studiati e il breve periodo di follow up, lo studio indica per la CIRT effetti terapeutici paragonabili a quelli della chirurgia per i melanomi ginecologici, con tossicità accettabili; la radioterapia con ioni carbonio può quindi essere considerata come una possibile opzione terapeutica non invasiva per una tipologia di tumore particolarmente difficile da trattare. Reference 1. Okonogi N, Wakatsuki M, Kato S, et al. Long-term outcomes of Carbon-ion Radiotherapy for locally advanced squamous cell carcinoma of the uterine cervix. Anticancer Res 2018;38(1):457-63. 2. Wakatsuki M, Kato S, Ohno T, et al. Clinical outcomes of carbon ion radiotherapy for locally advanced adenocarcinoma of the uterine cervix in phase 1/2 clinical trial (protocol 9704). Cancer 2014;120(11):1663-9. 3. Okonogi N, Wakatsuki M, Kato S, et al. Clinical outcomes of carbon ion radiotherapy with concurrent chemotherapy for locally advanced uterine cervical adenocarcinoma in a phase 1/2 clinical trial (Protocol 1001). Cancer Med 2018;7(2):351-9. 4. Karasawa K, Wakatsuki M, Kato S, et al. Clinical trial of carbon ion radiotherapy for gynecological melanoma. J Radiat Res 2014;55(2):343-50.
I tre studi in partenza al CNAO sui tumori ginecologici I tre studi in partenza al CNAO sui tumori ginecologici L’attività di ricerca portata avanti dal CNAO si arricchisce di tre studi in fase di avvio, che si concentrano sulle possibili applicazioni della radioterapia con ioni carbonio in ambito ginecologico, per il trattamento del tumore della cervice uterina lo L’esperienza sull’impiego dell’adroterapia con ioni carbonio (CIRT, carbon-ion radiotherapy), maturata soprattutto in Giappone, interessa anche l’ambito dei tumori ginecologi, non solo per quanto riguarda i carcinomi della cervice uterina ma anche per i melanomi mucosi del basso tratto genitale femminile, tumori rari ma aggressivi, per i quali non sono disponibili al momento strategie terapeutiche che si siano dimostrate realmente efficaci (vedi news Ioni carbonio per i tumori ginecologici: la ricerca avanza) . La CIRT rappresenta un’opzione terapeutica non invasiva e potenzialmente efficace, grazie alle peculiari proprietà fisiche e biologiche degli ioni carbonio, che possono portare un vantaggio rispetto alla radioterapia convenzionale con fotoni in caso di neoplasie radioresistenti, in quanto hanno una più alta efficacia biologica e, allo stesso tempo, consentono di indirizzare la dose sul volume target risparmiando le strutture e gli organi sani circostanti. Il CNAO contribuisce attivamente alla ricerca sul trattamento dei tumori dell’area ginecologica con gli ioni carbonio: sono infatti in partenza tre studi prospettici che hanno l’obiettivo di valutarne l’efficacia e la safety, anche con approcci innovativi. Gli studi saranno realizzati dal CNAO in collaborazione con l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana e l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano. Boost di ioni carbonio per il tumore della cervice uterina localmente avanzato A livello internazionale sono stati condotti studi per valutare il trattamento con CIRT (associata o meno alla chemioterapia concomitante) dei tumori a cellule squamose e degli adenocarcinomi della cervice uterina localmente avanzati; i risultati sono incoraggianti sia in termini di controllo locale di malattia sia in termini di contenimento delle tossicità. In questo contesto si inserisce lo studio in partenza al CNAO [1], che ha l’obiettivo di valutare l’efficacia di un approccio terapeutico innovativo: uno schema di trattamento boost con ioni carbonio da effettuare dopo la radiochemioterapia con fotoni da sola o associata a chemioterapia neoadiuvante. Infatti, in una percentuale significativa di pazienti sottoposte a radiochemioterapia radicale non si raggiunge una risposta completa, oppure esistono condizioni fisiche o legate alla malattia che non permettono di potenziare il trattamento con una adeguata brachiterapia. La chemioterapia neoadiuvante, d’altra parte, non sempre raggiunge l’obiettivo di rendere il tumore eleggibile alla chirurgia. Per questi motivi c’è necessità di sperimentare nuove strategie terapeutiche. Lo studio prospettico di fase II in partenza ha l’obiettivo primario di valutare l’efficacia in termini di controllo locale di una strategia basata sulla radioterapia con fotoni con chemioterapia concomitante (esclusiva o successiva alla chemioterapia neoadiuvante), seguita da un sovradosaggio (boost) con ioni carbonio, nelle pazienti con carcinoma della cervice uterina localmente avanzato che non rispondono o hanno una risposta inadeguata alla prima fase di trattamento. Endpoint secondari dello studio sono la sopravvivenza globale (OS, overall survival), l’incidenza di effetti collaterali e la qualità di vita delle pazienti correlata alla terapia. In particolare, per quanto riguarda la safety, saranno valutate le tossicità acute, cioè quelle che si manifestano entro 3 mesi dalla radioterapia; quelle a medio termine, che insorgono da 3 a 6 mesi dopo la fine del trattamento, e quelle tardive, che compaiono oltre 6 mesi dopo il termine della radioterapia. Sono candidabili alla sperimentazione donne di età compresa tra 18 e 80 anni, con diagnosi istologica di carcinoma a cellule squamose, adenocarcinoma o carcinoma adenosquamoso in stadio da IB2 a IVA, non eleggibili a boost di brachiterapia e con sopravvivenza attesa di almeno 6 mesi. Le pazienti che soddisfano i criteri di inclusione, ma non accettano di partecipare allo studio, saranno inserite in un registro longitudinale prospettico e seguite nel tempo per valutare gli stessi endpoint clinici delle partecipanti. CIRT per il trattamento dei melanomi genitali L’altro fronte su cui si concentra la ricerca del CNAO nell’ambito della ginecologia oncologica è quello del trattamento con ioni carbonio dei melanomi mucosi del basso tratto genitale femminile. Quello in partenza è uno studio prospettico di fase II [2], che ha come obiettivo principale la valutazione del controllo locale di malattia nelle pazienti con melanoma mucoso della vagina, della vulva o della cervice uterina trattate con CIRT; come obiettivi secondari saranno valutati anche la OS, l’incidenza delle tossicità acute, a medio termine e tardive attribuibili al trattamento e la qualità di vita legata alla terapia. Possono essere incluse nello studio donne di età compresa tra 20 e 80 anni, con diagnosi istologica di melanoma mucoso del basso tratto genitale, senza estensione cutanea e metastasi a distanza (a meno che non siano note e stabili); sono inclusi anche i casi con metastasi dei linfonodi, ma solo se ristrette a quelli inguinali e pelvici. Per essere arruolate, le pazienti non devono aver ricevuto un trattamento radioterapico in precedenza. Il trattamento con ioni carbonio avrà una durata di 4 settimane, con 4 frazioni a settimana, a dosi tali da limitare la dose massima somministrata al sigma-retto a 60 Gy (RBE). La valutazione della risposta al trattamento sarà basata su parametri clinici, individuati tramite visita ginecologica oncologica, e radiologici, in base ai criteri RECIST. Reirradiazione con ioni carbonio delle recidive pelviche di tumori ginecologici Il terzo studio prospettico di fase II in fase di avvio nei 3 centri riguarda il trattamento delle recidive localizzate alla pelvi di neoplasie ginecologiche [3]. In questo caso l’obiettivo principale è valutare – sempre in termini di controllo locale di malattia – l’efficacia della radioterapia con ioni carbonio impiegata per trattare pazienti che hanno già ricevuto una radioterapia precedente e hanno una diagnosi di recidiva di una neoplasia ginecologica, sempre localizzata nell’area pelvica. Anche in questo studio sono previsti endpoint secondari di sopravvivenza (OS), valutazione delle tossicità e della qualità di vita legata al trattamento. I criteri di inclusione prevedono la presenza di una diagnosi istologica o radiologica di recidiva pelvica, l’impossibilità di resezione chirurgica e l’assenza di metastasi a distanza, tranne nel caso di localizzazioni note e stabili. Si prevede un trattamento con CIRT della durata di 3 settimane, con 4 frazioni a settimana, a una dose massima determinata tenendo conto di quella ricevuta dal sigma-retto e dalle anse intestinali nel trattamento radiante precedente. Reference (NdR: nelle bozze dei protocolli non sono indicati il titolo definitivo e nemmeno gli sperimentatori; se nel frattempo sono stati definiti vanno aggiunti) 1. Studio clinico su uno schema di trattamento boost con ioni carbonio sequenziale a radiochemioterapia con fotoni o NACT + radiochemioterapia con fotoni per il tumore della cervice uterina localmente avanzato. 2. Radioterapia con ioni carbonio nel trattamento dei melanomi mucosi del basso tratto genitale femminile. 3. Reirradiazione di recidive pelviche (non centrali) di neoplasie ginecologiche.
Situazione e prospettive dell’adroterapia per il tumore del polmone Situazione e prospettive dell’adroterapia per il tumore del polmone Il tumore del polmone è una patologia oncologica molto diffusa e associata ad alti tassi di mortalità, per la quale la radioterapia, anche concomitante alla chemioterapia, rappresenta un caposaldo della strategia terapeutica. In questo contesto l’adrotera Il tumore del polmone è una delle patologie oncologiche più spesso diagnosticate nel mondo e la principale causa di mortalità per cancro. I dati italiani, riportati nel rapporto I numeri del cancro in Italia 2018, curato da AIOM (Associazione italiana di oncologia medica) e AIRTUM (Associazione italiana registri tumori), collocano il tumore del polmone al terzo posto per frequenza delle diagnosi rispetto al totale, ma al primo tra le cause di morte oncologica nel sesso maschile e nella popolazione complessiva (dati riferiti al 2015). Il trattamento di questa patologia rappresenta quindi una sfida importante in termini di salute pubblica. La grande maggioranza dei casi di tumore del polmone è rappresentata dalla forma non a piccole cellule, per la quale la sopravvivenza globale a 5 anni (OS, overall survival) è ancora molto limitata, soprattutto per i pazienti metastatici alla diagnosi. La radioterapia rappresenta un’opzione terapeutica importante per il trattamento di questa patologia: per tumori allo stadio iniziale in pazienti non operabili, i dati degli studi indicano che la terapia radiante ha una efficacia paragonabile a quella ottenuta con la chirurgia, quando applicabile. L’aggiunta della chemioterapia concomitante comporta un vantaggio aggiuntivo in termini di sopravvivenza, ma a fronte di un incremento delle tossicità, nei pazienti con tumore localmente avanzato. La chemioradioterapia è impiegata anche in fase neoadiuvante nei pazienti con tumore operabile, con l’obiettivo di migliorare il controllo locale di malattia e la sopravvivenza libera da progressione (PFS, progression-free survival). Nonostante il miglioramento delle tecniche, per esempio con l’introduzione della radioterapia a intensità modulata (IMRT, intensity-modulated radiation therapy), l’efficacia della radioterapia con fotoni per il trattamento del tumore del polmone non a piccole cellule rimane limitata, a causa del fatto che sono necessarie dosi molto elevate, superiori a quelle tollerate dagli organi a rischio circostanti il tumore (come il parenchima polmonare, il midollo spinale e il cuore), con un rischio di tossicità anche severe che peggiora ulteriormente quando viene associata la chemioterapia. Quella delle tossicità è, infatti, una questione critica in questo ambito, in quanto la popolazione che si sottopone ai trattamenti è generalmente anziana e presenta nella gran parte dei casi comorbilità cardiopolmonari legate all’abitudine al fumo. L’adroterapia, quindi, potrebbe rappresentare una possibile opzione terapeutica alternativa in grado di ridurre il rischio di effetti avversi, grazie alle favorevoli caratteristiche fisiche e biologiche delle particelle impiegate, che consentono di contenere la dose somministrata agli organi a rischio. Protonterapia per il tumore del polmone non a piccole cellule Una recente revisione qualitativa della letteratura, condotta da un gruppo di ricercatori statunitensi, ha valutato lo stato dell’arte delle evidenze disponibili riguardo l’utilizzo della protonterapia per il trattamento del tumore del polmone non a piccole cellule in stadio iniziale e localmente avanzato [1]. L’analisi conferma la disponibilità di evidenze solide a sostegno della superiorità della radioterapia con protoni rispetto a quella convenzionale con fotoni in termini dosimetrici, mentre i dati a supporto di un vantaggio in termini di outcome clinici sono ancora limitati, per quanto vi siano indizi in questo senso. Eventuali conferme, o comunque indicazioni più significative, potranno venire dai risultati di alcuni trial clinici randomizzati ancora in corso. Per quanto riguarda le indicazioni già disponibili, una recente analisi retrospettiva dei dati del National Cancer Database statunitense [2] ha confrontato gli outcome clinici della radioterapia con protoni e con fotoni in oltre 240.000 pazienti, trattati tra il 2004 e il 2012 per tumore del polmone non a piccole cellule in diversi stadi (da I a IV). I pazienti trattati con protonterapia rappresentavano una minima parte del campione (348 pazienti, 0,1%) rispetto a quelli trattati con radioterapia convenzionale secondo diverse tecniche (243.822). L’età mediana della popolazione considerata è 68 anni e poco più della metà dei pazienti analizzati (57%) è di sesso maschile. Il 60% del campione è rappresentato da pazienti con tumore in stadio I e II. Il follow up mediano è di 39,6 mesi per il gruppo trattato con protoni e di 59,5 mesi per il gruppo trattato con fotoni. I risultati dell’analisi indicano che la protonterapia, rispetto alla radioterapia con fotoni, è associata a una sopravvivenza a 5 anni significativamente migliore (22% vs 16%), in particolare nel sottogruppo di pazienti con malattia in stadio più avanzato (II-III). La protonterapia può essere considerata, quindi, una opzione terapeutica interessante per il trattamento del tumore del polmone non a piccole cellule, potenzialmente associata a un vantaggio in termini di sopravvivenza, anche se l’ipotesi deve essere confermata da evidenze provenienti da trial clinici randomizzati. Il ruolo degli ioni carbonio La possibile efficacia dell’adroterapia con ioni carbonio (CIRT, carbon-ion radiotherapy) per il trattamento del tumore del polmone non a piccole cellule è stata valutata in alcuni studi condotti in Giappone, che hanno indicato un buon tasso di controllo locale di malattia, paragonabile a quello ottenuto con la chirurgia e con la radioterapia stereotassica corporea (SBRT, stereotactic body radiation therapy), ma con tossicità significativamente più contenuta. Una recente analisi retrospettiva [3] ha indagato invece l’efficacia e la safety della CIRT nel caso particolare di carcinoma polmonare non a piccole cellule complicato da malattia polmonare interstiziale. Per questo tipo di patologia, infatti, la strategia terapeutica di riferimento non è ancora definita, in quanto le opzioni disponibili (chirurgia, radioterapia e chemioterapia) possono causare il peggioramento della malattia polmonare interstiziale. Nello studio retrospettivo giapponese, 29 pazienti (di cui 28 maschi) non candidabili alla chirurgia o alla radioterapia convenzionale hanno ricevuto la CIRT tra il 2004 e il 2014. L’età mediana è di 73 anni e il follow up mediano di 26,8 mesi. Il controllo locale di malattia a 3 anni è del 63,3% e la OS del 46,3%; a 5 anni la OS è del 30,4%, mentre il valore del controllo locale si mantiene stabile. Sono stati registrati due casi di riacutizzazione della malattia interstiziale indotta dalla radioterapia. Gli autori concludono che la CIRT potrebbe essere un trattamento utile per questi pazienti, che in generale non sono candidabili ad altre terapie. Reference 1. Vyfhuis MAL, Onyeuku N, Diwanji T, et al. Advances in proton therapy in lung cancer. Ther Adv Respir Dis 2018;12:1753466618783878. 2. Higgins KA, O'Connell K, Liu Y, et al. National Cancer Database analysis of proton versus photon radiation therapy in non-small cell lung cancer. Int J Radiat Oncol Biol Phys 2017;97(1):128-37. 3. Nakajima M, Yamamoto N, Hayashi K,et al. Carbon-ion radiotherapy for non-small cell lung cancer with interstitial lung disease: a retrospective analysis. Radiat Oncol 2017;12(1):144.
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