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CLINICAL NEWS
Per i professionisti della sanità | N 5 | dicembre 2019

Ioni carbonio, una risorsa contro il tumore prostatico Ioni carbonio, una risorsa contro il tumore prostatico Tra le opzioni terapeutiche disponibili per il trattamento del carcinoma della prostata, la radioterapia convenzionale ha portato risultati soddisfacenti, ma, quando la malattia è aggressiva per stadio o per istologia, il controllo locale può essere migl Il percorso terapeutico standard per il trattamento del carcinoma della prostata prevede, in base alle caratteristiche della malattia, l’impiego della chirurgia radicale, o della radioterapia, talvolta associate a terapia ormonale. In particolare per le forme localmente avanzate, la radioterapia è un’opzione terapeutica importante, ma la radioresistenza ai fotoni del carcinoma prostatico ne riduce le potenzialità. Per questo motivo i ricercatori ipotizzano che l’adroterapia, che utilizza particelle con efficacia biologica più alta, possa dare migliori risultati nel trattamento di questa patologia. La radioterapia con ioni carbonio (carbon ion radiotherapy, CIRT), in particolare, è oggetto di interesse per la ricerca a livello internazionale. Anche al CNAO è in corso uno studio clinico sulla radioterapia con fotoni e ioni carbonio per il trattamento del carcinoma prostatico ad alto rischio. Il CNAO in prima linea nella ricerca Il CNAO ha avviato, in collaborazione con l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano e l’Istituto Nazionale dei Tumori (INT), uno studio clinico multicentrico di fase II, per valutare la fattibilità di uno schema radioterapico combinato in cui la CIRT è impiegata per aumentare l’efficacia clinica della radioterapia convenzionale con fotoni nel trattamento della neoplasia prostatica ad alto rischio [1]. Il razionale dello studio nasce dalla valutazione di alcune evidenze scientifiche. “Le recenti esperienze di associazione di brachiterapia – che rilascia dosi molto elevate alla prostata – con radioterapia convenzionale a fasci esterni hanno portato un significativo miglioramento dei risultati oncologici, anche se con un possibile aumento di effetti collaterali” spiega Riccardo Valdagni, direttore della Struttura Complessa di Radioterapia Oncologica 1 e del Programma Prostata dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. “Inoltre, i dati preliminari di studi multi-istituzionali segnalano che la terapia con ioni carbonio può essere considerata riproducibile, poco invasiva e altamente efficace per i tumori prostatici, in particolare per i pazienti a rischio elevato di ripresa di malattia”. In aggiunta al valore scientifico, lo studio ha come caratteristica fondamentale la sua natura multidisciplinare, evidenziata dalla collaborazione tra i diversi centri coinvolti. “Questo protocollo innovativo offre ai pazienti un valore aggiunto molto particolare: è infatti il frutto di un lavoro multidisciplinare sinergico tra centri oncologici con elevata competenza nell’ambito del carcinoma prostatico ad alto rischio che, perseguendo obiettivi condivisi, permette di offrire ai pazienti un percorso terapeutico e di monitoraggio omogeneo e condiviso tra le tre istituzioni” osserva Valdagni. “Un trattamento a tecniche miste, in cui è prevista anche l’introduzione dell’adroterapia con ioni carbonio ha dato risultati molto promettenti. Le sfide che una tale innovazione introduce non sono poche, ma grazie alla forte collaborazione fra medici, fisici, bioingegneri e tecnici di radiologia dei tre centri coinvolti è possibile fornire un'accurata pianificazione della radioterapia volta a migliorare l’efficacia del nuovo schema di trattamento in termini di controllo clinico e biochimico di malattia” commenta Barbara Alicja Jereczek-Fossa, direttore della Divisione di radioterapia presso l'Istituto Europeo di Oncologia e professore di radioterapia presso l'Università degli Studi di Milano. Un ulteriore aspetto da sottolineare è l’attenzione alla qualità della vita dei pazienti, un aspetto non secondario nella valutazione di un trattamento oncologico. “L’obiettivo primario dello studio clinico è monitorare l’incidenza di tossicità acuta al retto e alla vescica legati al trattamento. Nondimeno, vista anche l’attenzione sempre più alta alla qualità di vita del paziente che effettua trattamenti di radioterapia, saranno raccolti dati relativi al controllo di malattia ma anche agli effetti collaterali tardivi, e all’impatto degli stessi sulla qualità di vita” sottolinea Barbara Vischioni, radioterapista oncologa del CNAO. Inoltre va ricordato che, oltre al protocollo sperimentale in corso, al CNAO è attivo un protocollo terapeutico-assistenziale per il trattamento dei pazienti con adenocarcinoma della prostata di alto grado (vedi https://fondazionecnao.it/area-medici/it/news/item/46-carcinoma-prostatico-e-adroterapia-ricerca-in-corso). Nuove evidenze dagli studi internazionali Uno studio retrospettivo giapponese ha analizzato il rischio di sviluppare un tumore primario successivamente a un trattamento con CIRT, radioterapia con fotoni e chirurgia nei pazienti con tumore della prostata localizzato [2]. Infatti, in base ai dati disponibili in letteratura il rischio di sviluppare un tumore primario dopo il trattamento radioterapico convenzionale è basso in termini assoluti, ma più alto rispetto al corrispondente rischio registrato dopo la chirurgia. Per la CIRT i dati disponibili su questo aspetto sono limitati, dato lo scarso numero di strutture in cui è possibile erogare la terapia e il periodo relativamente breve di disponibilità della tecnica. I ricercatori hanno raccolto i dati clinici di registro dei pazienti con diagnosi di carcinoma della prostata localizzato confermata istologicamente, trattati tra il 1994 e il 2012 e con almeno 3 mesi di follow up. Al termine della selezione, sono stati analizzati i dati di 1.455 pazienti trattati con CIRT, 1.983 pazienti trattati con radioterapia convenzionale e 5.948 pazienti sottoposti a chirurgia. Nel gruppo di pazienti trattati con CIRT l’età mediana era di 68 anni e il tumore trattato era, nella quasi totalità dei casi, un adenocarcinoma. Il follow up mediano è stato di 7,9 anni nel gruppo di pazienti trattati con CIRT, 5,7 anni per quelli che avevano ricevuto la radioterapia convenzionale e 6 anni per quelli sottoposti a chirurgia. Al follow up mediano, nella coorte dei pazienti che avevano ricevuto la CIRT sono stati diagnosticati 234 tumori primari, nel 93% dei casi (217) tumori solidi, principalmente allo stomaco (44 casi, 19%), al polmone (40 casi, 17%), al colon (29 casi, 12%) e alla vescica (21 casi, 9%). Alcuni pazienti hanno sviluppato più di un tumore; l’età più avanzata e l’abitudine al fumo sono risultati associati a un rischio maggiore di sviluppare un tumore primario successivo alla terapia in questo gruppo. Successivamente, i ricercatori hanno confrontato il numero di tumori primari successivi ai trattamenti nelle 3 coorti, considerando solo i casi individuati entro un periodo di 10 anni dalla diagnosi: tra i pazienti trattati con CIRT sono stati registrati 195 casi, tra quelli trattati con radioterapia convenzionale 304 e tra quelli sottoposti a chirurgia 839; la percentuale di pazienti colpiti era paragonabile nelle tre coorti (13-14%). Infine, è stata condotta l’analisi statistica per calcolare il rischio di sviluppare un tumore primario susseguente al trattamento. la CIRT è risultata associata a un rischio inferiore rispetto alla radioterapia con fotoni (hazard ratio, HR: 0,81) e alla chirurgia (HR: 0,80); la radioterapia convenzionale, inoltre, è associata a un rischio più alto rispetto alla chirurgia (HR: 1,18). Gli autori commentano che, nonostante siano necessari dati prospettici a sostegno di quanto osservato, i risultati dello studio indicano l’opportunità di un impiego maggiore della CIRT nei pazienti per i quali è ipotizzabile una sopravvivenza a lungo termine e in quelli che hanno ottenuto benefici insoddisfacenti dai trattamenti convenzionali. Un altro studio, condotto in Cina, ha focalizzato l’attenzione sulla valutazione delle tossicità e della qualità di vita dopo il trattamento con CIRT del carcinoma della prostata localizzato, in particolare per quanto riguarda la funzionalità urinaria, intestinale e sessuale [3]. Sono stati analizzati i dati di 64 pazienti trattati con CIRT tra il 2015 e il 2018, suddivisi in 2 gruppi in base allo schema di trattamento con CIRT ricevuto. Le caratteristiche demografiche erano omogenee nei 2 gruppi, con un’età mediana intorno a 70 anni e con la maggioranza dei pazienti suddivisa equamente nelle classi di rischio medio e alto. La qualità di vita è stata valutata prima dell’inizio del trattamento (baseline), a trattamento appena concluso e poi a 3, 6, 12 e 24 mesi di follow up, utilizzando un questionario validato (EPIC-26 nella versione cinese). Il follow up mediano è stato di 19 mesi. L’incidenza di tossicità acute di grado 1 è stata del 20,3%, per quelle di grado 2 del 10,9%. Per quanto riguarda la tossicità tardiva l’incidenza è stata del 3,1% e del 1,6% rispettivamente per il grado 1 e 2. In particolare, non sono state registrate tossicità di tipo gastrointestinale acute o tardive. La valutazione della qualità di vita rimane soddisfacente per quanto concerne gli aspetti legati all’incontinenza urinaria, alla funzionalità intestinale e alla sfera sessuale. Anche la protonterapia alla prova Anche i protoni sono oggetto di studio nell’ambito della radioterapia del carcinoma prostatico, per chiarire quale possa essere il loro ruolo nel trattamento della patologia. Una recente analisi retrospettiva condotta da un gruppo di ricercatori giapponesi ha cercato di valutare gli outcome a lungo termine dei pazienti trattati con protonterapia per cancro della prostata in 7 centri tra il 2008 e il 2011 [4]. Sono stati analizzati i dati di 1.291 pazienti: 215 classificati a basso rischio, 520 a rischio intermedio e 556 ad alto rischio. L’endpoint primario dello studio era la valutazione della sopravvivenza libera da ricaduta biochimica a 5 anni. Oltre la metà dei pazienti (58,5%) ha ricevuto una terapia di deprivazione androgenica neoadiuvante e il 21,5% l’ha assunta in adiuvante. Il follow-up mediano è stato di 69 mesi. La sopravvivenza libera da ricaduta biochimica a 5 anni è risultata del 97% nel gruppo di pazienti a basso rischio, del 91,1% nei pazienti a rischio intermedio e del 83,1% in quelli ad alto rischio; per la OS, uno degli endpoint secondari, i valori sono rispettivamente 98,4%, 96,8% e 95,2% nei tre gruppi. La protonterapia è stata ben tollerata: l’incidenza di eventi avversi gastrointestinali di grado 2 o superiore è stata del 4,1%, quella delle tossicità genito-urinarie della stessa severità del 4%. Un altro studio ha focalizzato l’attenzione sull’impiego della radioterapia con protoni [5]. Lo studio ha coinvolto 218 pazienti con cancro della prostata a rischio intermedio e alto, trattati con protonterapia tra il 2011 e il 2014, secondo tre schemi differenti per quanto concerne la dose e il numero di frazioni. Tutti i pazienti inclusi avevano rifiutato la terapia di deprivazione androgenica. L’età mediana dei pazienti era di 65 anni e il follow-up mediano è stato di 52 mesi. La sopravvivenza libera da ricaduta biochimica a 5 anni è risultata del 97% nel gruppo di pazienti a rischio intermedio e del 83% tra quelli ad alto rischio. Per quanto riguarda la tollerabilità, sono state segnalate tossicità genito-urinarie acute di grado 2 o superiore nel 23,5% dei pazienti, mentre quelle tardive sono comparse nel 3,4%. Per le tossicità tardive gastrointestinali di grado almeno 2, l’incidenza rilevata è stata del 3,9%. A partire da questi risultati promettenti, i ricercatori auspicano ulteriori studi prospettici per valutare in modo più preciso le reali potenzialità terapeutiche della protonterapia, ma soprattutto il suo ruolo nella riduzione delle tossicità acute e tardive. Reference 1. Studio clinico di fase II su uno schema di trattamento boost con ioni carbonio seguito da IG-IMRT per il tumore prostatico ad alto rischio - Progetto AIRC IG 2013 – N14300. 2. Mohamad O, Tabuchi T, Nitta Y, et al. Risk of subsequent primary cancers after carbon ion radiotherapy, photon radiotherapy, or surgery for localised prostate cancer: a propensity score-weighted, retrospective, cohort study. Lancet Oncol. 2019;20(5):674-85. 3. Zhang Y, Li P, Yu Q, et al. Preliminary exploration of clinical factors affecting acute toxicity and quality of life after carbon ion therapy for prostate cancer. Radiat Oncol. 2019;14(1):94. 4. Iwata H, Ishikawa H, Takagi M, et al. Long-term outcomes of proton beam therapy for prostate cancer in Japan: Retrospective analysis of a multi-institutional survey. Cancer Med. 2018;7:677-689. 5. Arimura T, Yoshiura T, Matsukawa K, et al. Proton Beam Therapy Alone for Intermediate- or High-Risk Prostate Cancer: An Institutional Prospective Cohort Study. Cancers (Basel). 2018;10(4).
Adroterapia e tumori cerebrali: a che punto è la ricerca Adroterapia e tumori cerebrali: a che punto è la ricerca Per i tumori dell’encefalo l’adroterapia rappresenta una possibilità di trattamento importante, data la particolare criticità della zona da irradiare, ricca di strutture complesse e particolarmente sensibili. Le evidenze a sostegno dell’impiego dell’adrot La protonterapia e la radioterapia con ioni carbonio (carbon ion radiotherapy, CIRT), grazie alla maggiore efficacia biologica delle particelle che impiegano, possono portare un potenziale vantaggio rispetto alla radioterapia con fotoni in termini di efficacia e di sicurezza nel trattamento di tumori localizzati in prossimità di organi e strutture sensibili come quelle dell’encefalo. Infatti, potendo somministrare dosi elevate direttamente sul bersaglio e ridurre al minimo l’irradiazione dei tessuti sani circostanti, l’adroterapia potrebbe aumentare l’efficacia clinica e ridurre le tossicità rispetto alla radioterapia convenzionale. Di recente, alcune revisioni sistematiche hanno fatto il punto sui risultati degli studi condotti per valutare la CIRT e la protonterapia nel trattamento dei meningiomi atipici e anaplastici e dei gliomi. Risultati incoraggianti per meningiomi e gliomi I meningiomi sono i tumori cerebrali più comuni e nella maggior parte dei casi sono benigni. Le forme atipiche e anaplastiche sono rare ma altamente aggressive e associate a un’alta incidenza di recidive dopo la resezione. Le evidenze cliniche indicano che la radioterapia adiuvante può portare un miglioramento degli outcome, ma a fronte di un aumento delle tossicità in un’area particolarmente critica. Una revisione sistematica ha analizzato i dati di 11 studi retrospettivi che hanno valutato l’efficacia della radioterapia con adroni nel trattamento dei meningiomi di alto grado in pazienti adulti [1]. In 5 di questi studi erano inclusi solo pazienti con meningiomi atipici e anaplastici, negli altri anche pazienti con forme benigne; in 7 studi erano state impiegate combinazioni di radioterapia convenzionale e protonterapia o CIRT. In totale, la selezione degli studi ha portato all’analisi dei dati clinici di 240 pazienti. I follow up mediani variavano tra 6 e 145 mesi a seconda degli studi. Considerando i 5 studi dedicati esclusivamente ai pazienti con meningiomi di alto grado, il tasso di controllo locale di malattia risulta compreso tra il 46,7% e l’86%. Dal punto di vista delle tossicità, la necrosi dovuta alle radiazioni è l’evento avverso più diffuso, con una incidenza del 3,9%. Nonostante la quantità insufficiente di evidenze da studi prospettici, questi risultati indicano che l’adroterapia può portare, rispetto alla radioterapia convenzionale con fotoni, un vantaggio in termini di controllo locale nelle forme aggressive con un rischio accettabile di tossicità gravi legate al trattamento. Un’altra revisione sistematica ha valutato l’efficacia dell’adroterapia nel mantenere il controllo locale di malattia a lungo termine nei pazienti con meningioma atipico o anaplastico [2]. Sono stati selezionati per l’analisi 12 studi, per la maggior parte retrospettivi, in cui era disponibile il dato del controllo locale di malattia dopo il trattamento con CIRT o con protonterapia. La CIRT era il trattamento radioterapico impiegato in 5 studi, la protonterapia in altri 5, mentre nei restanti 2 venivano utilizzate entrambe le tecniche. Per quanto riguarda la protonterapia, a 5 anni il valore mediano del tasso di controllo locale di malattia risulta del 59,62%. Per la CIRT, a 2 anni il controllo locale è del 95% per i pazienti con meningioma atipico e del 63% per quelli con forma anaplastica; dagli studi che non hanno distinto le due tipologie emerge invece un dato complessivo di controllo locale del 33%. I risultati indicano quindi che CIRT e protonterapia garantiscono un controllo locale paragonabile a quello che si ottiene con la radioterapia convenzionale con fotoni, ma consentono di limitare gli effetti negativi dell’irradiazione. Infine, un’ulteriore revisione sistematica ha approfondito il ruolo della CIRT nel trattamento dei gliomi [3]. I ricercatori hanno selezionato 43 studi condotti per valutare l’efficacia di questa terapia per i gliomi di basso e alto grado, sia come trattamento definitivo sia come potenziamento della radioterapia convenzionale. I risultati indicano che la CIRT è un trattamento efficace per i gliomi, con mediane di sopravvivenza di 35 mesi per pazienti con glioma anaplastico e di 18 mesi per pazienti con glioblastoma. Le tossicità risultano relativamente rare, soprattutto quelle di grado elevato. In attesa dei risultati dei futuri trial clinici previsti, dall’analisi di questi primi dati disponibili emerge che la CIRT è un trattamento efficace e sicuro per i gliomi, sia quando impiegato come unica radioterapia sia come potenziamento della radioterapia convenzionale. Tumori cerebrali: attività in corso al CNAO Al CNAO sono attualmente in corso 3 studi osservazionali prospettici sulla re-irradiazione con CIRT delle recidive dei tumori cerebrali precedentemente trattati con radioterapia convenzionale con fotoni. Gli studi sono dedicati rispettivamente alla re-irradiazione delle recidive di meningiomi, gliomi e neoplasie intra-assiali non gliali. Per ulteriori dettagli sugli studi in corso al CNAO vedi https://fondazionecnao.it/area-medici/it/news/item/48-tumori-dell-encefalo-avanza-la-ricerca-sulle-terapie-con-ioni-carbonio?utm_source=newsletter_66&utm_medium=email&utm_campaign=le-prospettive-dell-adroterapia-per-i-tumori-pediatrici Inoltre, al CNAO sono attivi protocolli di trattamento dei tumori cerebrali con protoni e ioni carbonio. Reference 1. Wu A, Jin MC, Meola A, et al. Efficacy and toxicity of particle radiotherapy in WHO grade II and grade III meningiomas: a systematic review. Neurosurg Focus. 2019;46(6):E12. 2. Coggins WS, Pham NK, Nguyen AV, et al. A Systematic Review of Ion Radiotherapy in Maintaining Local Control Regarding Atypical and Anaplastic Meningiomas. World Neurosurg. 2019;132:282-91. 3. Malouff TD, Peterson JL, Mahajan A, Trifiletti DM. Carbon ion radiotherapy in the treatment of gliomas: a review. J Neurooncol. 2019;145(2):191-9.
 Approcci innovativi per l’adroterapia nei tumori della cavità nasale Approcci innovativi per l’adroterapia nei tumori della cavità nasale Il trattamento dei tumori della cavità nasale e dei seni paranasali con ioni carbonio e con protoni può portare benefici in quanto queste patologie si manifestano nel distretto cervico-cefalico, in prossimità di organi particolarmente sensibili e critici. I tumori della cavità nasale e dei seni paranasali costituiscono una frazione compresa tra 3% e 5% di tutti i tumori del distretto cervico-cefalico e rappresentano un gruppo molto eterogeneo dal punto di vista delle possibili istologie, la più comune delle quali è il carcinoma a cellule squamose. A causa dell’assenza di sintomi specifici, la diagnosi viene spesso ritardata e solo in un numero limitato di casi questi tumori vengono individuati in uno stadio abbastanza precoce da poter essere rimossi chirurgicamente in modo definitivo. Lo stadio localmente avanzato di queste patologie prevede un approccio integrato che comprende la chirurgia seguita dalla radioterapia o dalla chemioterapia. La radioterapia può essere impiegata anche come trattamento primario quando il paziente non è candidabile all’intervento, ma nel caso della radioterapia convenzionale con fotoni i risultati, in termini di controllo locale di malattia, sono insoddisfacenti. In questo contesto, per migliorare gli outcome clinici, può essere presa in considerazione l’adroterapia, che, per le sue caratteristiche biologiche e fisiche, permette di colpire il tumore con dosi più elevate rispetto alla radioterapia tradizionale e, nel contempo, di concentrare l’irradiazione sul bersaglio risparmiando le strutture sensibili circostanti. I risultati degli studi sono promettenti, e a livello internazionale si sperimentano anche approcci innovativi, soprattutto per quanto riguarda la radioterapia con ioni carbonio (carbon ion radiotherapy, CIRT), per la quale al CNAO sono attivi due protocolli. Approcci integrati per gli ioni carbonio Al CNAO sono in corso due 2 studi di fase II, condotti in collaborazione con la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, per valutare un approccio multisciplinare al trattamento dei tumori dei seni paranasali a prognosi sfavorevole. In particolare, il protocollo SINTART 1 ha l’obiettivo di valutare l’efficacia e la minore tossicità di un trattamento integrato di chemioterapia, chirurgia, radioterapia con fotoni e adroterapia in pazienti operabili. Lo studio SINTART 2, invece, è dedicato ai pazienti non eleggibili all’intervento chirurgico, trattati con chemioterapia di induzione seguita da radioterapia con fotoni e/o adroni e chemioterapia concomitante. Per approfondire i dettagli dei protocolli i corso al CNAO vedi https://fondazionecnao.it/area-medici/it/news/item/54-l-adroterapia-per-i-tumori-della-cavita-nasale. Altre modalità di trattamento multidisciplinari per i tumori della cavità nasale, che comprendono la CIRT, sono in fase di sperimentazione a livello internazionale. Un gruppo di ricercatori tedeschi ha condotto uno studio per valutare l’efficacia e la safety di un approccio radioterapico bimodale con IMRT (intensity-modulated radiotherapy, radioterapia a intensità modulata con fotoni) e CIRT per pazienti con carcinoma adenoideo-cistico della cavità nasale e dei seni paranasali [1]. Sono stati analizzati retrospettivamente i dati clinici di 227 pazienti, trattati nel centro di Heidelberg tra il 2009 e il 2019 con una radioterapia combinata di IMRT e boost di CIRT. Nel 39,6% dei casi (90 pazienti) questo approccio è stato usato come trattamento primario, nel 60,4% (137 pazienti) la radioterapia bimodale è stata impiegata nella fase postoperatoria. L’età mediana dei pazienti alla prima diagnosi era di 55 anni. Nella maggioranza dei casi (53,7%, 122 pazienti) il tumore era localizzato al seno mascellare, mentre il 35,7% dei pazienti (81 casi) presentava una infiltrazione di almeno 2 seni. In riferimento al sottotipo istologico, il 32,1% dei pazienti presentava un tumore solido, il 42,3% un tumore non solido, mentre nel 25,6% dei casi l’istologia era sconosciuta. Il follow up mediano è stato di 50 mesi, e all’ultimo follow up risultavano disponibili per l’analisi i dati di 172 pazienti (75,8% del totale). L’analisi statistica non ha evidenziato differenze significative tra il sottogruppo dei pazienti trattati con l’approccio bimodale come trattamento primario e quello dei pazienti che avevano ricevuto la terapia successivamente all’intervento chirurgico: a 3 anni il tasso di controllo locale di malattia era del 79% nel primo gruppo e del 82% nel secondo, con una stima a 5 anni del 58% vs 65%. L’istologia solida e lo stadio T4 sono stati identificati come fattori prognostici negativi indipendenti per il controllo locale di malattia. Per quanto riguarda le tossicità, sono stati rilevati eventi avversi di grado 3 nel 34,4% dei pazienti in trattamento primario e nel 41,6% di quelli trattati in fase postoperatoria, nella maggior parte dei casi risolti all’ultimo follow up. A lungo termine, invece, si evidenzia nel sottogruppo dei pazienti irradiati nella fase postoperatoria una incidenza di tossicità del 17,2% rispetto al 6,2% registrato nel sottogruppo dei pazienti in trattamento primario. Gli autori concludono che la radioterapia combinata con IMRT e boost di CIRT come trattamento primario consente un adeguato controllo locale e comporta una minore incidenza di tossicità a lungo termine rispetto al suo impiego nel setting postoperatorio. Francesca Valvo, direttore medico del CNAO, osserva:“Anche i dati di CNAO in pazienti affetti da carcinoma adenoidocistico del distretto ORL, trattati con CIRT esclusiva, mostrano analogo controllo locale di malattia nel gruppo sottoposto a chirurgia non radicale e nel gruppo non operato, suggerendo un nuovo possibile scenario di cura in pazienti con malattia avanzata”. Buone prospettive per la protonterapia Anche sul fronte della protonterapia, dalla ricerca internazionale arrivano risultati incoraggianti per quanto riguarda il trattamento dei tumori della cavità nasale e dei seni paranasali. In uno studio retrospettivo multicentrico, condotto negli Stati Uniti, sono stati analizzati i dati di 69 pazienti trattati con protonterapia con intento curativo per tumori della cavità nasale e dei seni paranasali tra il 2010 e il 2016 [2]: 42 pazienti irradiati all’esordio di malattia e 27 pazienti re-irradiati per recidiva locale. I dati relativi ai due gruppi sono stati analizzati separatamente. In entrambi i gruppi, la localizzazione più comune del tumore era la cavità nasale (55,3% vs 60,9%) e il tipo istologico prevalente era il carcinoma a cellule squamose (35,7% vs 40,7%). Il follow up mediano è stato di 26,4 mesi. A 3 anni, la sopravvivenza (overall survival, OS) è risultata del 100% per i pazienti trattati de novo e del 76,2% per quelli re-irradiati. L’analisi statistica ha indicato una possibile associazione tra l’istologia di carcinoma a celle squamose e una peggiore OS nel gruppo dei pazienti re-irradiati. Sono stati registrati 11 casi di tossicità acute di grado 3, mentre a lungo termine non sono stati rilevati eventi avversi di grado elevato o casi di perdita della vista o necrosi cerebrale sintomatica. In base ai risultati, i ricercatori concludono che la protonterapia può essere un’opzione di trattamento sicura ed efficace per i tumori della cavità nasale e dei seni paranasali. Reference 1. Akbaba S, Ahmed D, Mock A, et al. Treatment outcome of 227 patients with sinonasal adenoid cystic carcinoma (ACC) after intensity modulated radiotherapy and active raster-scanning carbon ion boost: a 10-year single-center experience. Cancers (Basel). 2019 Nov 1;11(11). 2. Yu NY, Gamez ME, Hartsell WF, et al. A multi-institutional experience of proton beam therapy for sinonasal tumors. Adv Radiat Oncol. 2019 Jul 16;4(4):689-98.
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