Mercoledì, 22 Novembre 2017 17:49

Salute “maschile” e tumore alla prostata


valvo  

Dr.ssa Francesca Valvo

Direttore Medico

Quali sono i principali “tumori maschili” e come si prevengono?

I recenti studi condotti da AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica) e AIRTUM (Associazione Italiana dei Registri Tumori) fotografano in maniera precisa l’evoluzione dello scenario oncologico in Italia.

Si stima che nel 2017 saranno diagnosticati circa 369.000 nuovi casi di tumore maligno di cui 192.000 negli uomini e 177.000 nelle donne. Complessivamente in Italia ogni giorno 1000 persone ricevono una diagnosi di tumore maligno.

In termini assoluti, il tumore della prostata è quello con l’incidenza maggiore nel genere maschile, pari al 18% rispetto a tutti i tumori diagnosticati, segue il tumore del colon-retto (16%), il tumore del polmone (15%), della vescica (11%) e delle vie urinarie (4%).

A differenza di altre neoplasie, nel caso del tumore alla prostata non esiste una prevenzione primaria specifica. In generale, per mantenere un livello alto di benessere psicofisico e ridurre rischi infiammatori alla prostata, è buona norma consumare regolarmente frutta, verdura e cereali, ridurre frequenza e quantità di carne rossa presente nell’alimentazione, evitare cibi ricchi di grassi saturi, e svolgere attività fisica almeno mezz’ora al giorno.

La prevenzione secondaria consiste invece nel sottoporsi a visite urologiche periodiche dai sessant’anni in poi, o prima qualora si abbiano casi oncologici in famiglia, oppure al presentarsi di fastidi connessi all’apparato urinario che non si risolvono con la terapia medica impostata dal medico di base.

Nei casi di tumore del colon-retto esistono delle pratiche di screening che permettono di identificare un’elevata percentuale di queste patologie. Tra queste, si annoverano la ricerca del sangue occulto nelle feci (25% di tumori identificabili), la rettosigmoidoscopia (esame più semplice della colonscopia) o la colonscopia nei casi di positività al sangue occulto o il paziente abbia familiarità per la neoplasia (75% di tumori individuati).

Per le patologie tumorali al polmone sicuramente il primo passo per la prevenzione è l’eliminazione del fumo di sigaretta in tutte le sue forme (attive e passive). Nel caso di rischi connessi alla professione è bene che vengano adottate tutte le misure di prevenzione per ridurne al minimo l’esposizione e salvaguardare la sicurezza del lavoratore. Nonostante ci siano diversi studi in corso, gli esperti hanno posizioni discordanti sull’opportunità e l’efficacia di sottoporre a screening periodici le persone a rischio elevato in questo ambito.

Come si diagnostica il tumore alla prostata? L’esame PSA funziona?

Negli ultimi anni lo screening per la diagnosi precoce ha assunto un ruolo importante per l’identificazione delle neoplasie asintomatiche alla prostata.

Nella valutazione dello stato della prostata il medico può decidere di eseguire l’esplorazione rettale digitale, che permette di identificare la presenza di eventuali noduli sospetti, e il test del PSA, il cui risultato è da valutare tenendo conto dell’età, della familiarità, dell’esposizione a fattori di rischio, e della storia clinica del paziente.

Se questi esami fanno sorgere il sospetto di tumore si procederà all’ecografica transrettale e alla biopsia della prostata, unico esame in grado di identificare con certezza la presenza di cellule tumorali.

Le tesi sull’efficacia del dosaggio del PSA sono molto contrastanti, soprattutto quando si parla di diagnosi precoce. Particolarmente affermato è invece il dosaggio del PSA per tenere sotto controllo tumori già trattati e/o valutare l’efficacia delle terapie in atto.

Le posizioni contrastanti sull’utilizzo del test PSA per la diagnosi precoce derivano dall’alto rischio di riscontrare alti valori di PSA anche in assenza di tumore (falsi positivi). La conseguenza sarebbe generare sovradiagnosi, con l’effetto di esporre i pazienti ad accertamenti diagnostici spesso invasivi e non necessari, con il pericolo di complicazioni (ad esempio emorragie e infezioni) derivanti dalle procedure.

Il consiglio generale è quindi quello di rivolgersi al proprio medico di famiglia, il quale, in base alla presenza di specifici sintomi, deciderà se includere il PSA nell’elenco degli esami di routine da effettuare. Anche i risultati derivanti dal test sono da valutare alla luce di diversi fattori anamnestici ed eventi, tenendo conto che un valore positivo non necessariamente indica la presenza di una neoplasia.

Quali sono le terapie più indicate?

Per il trattamento del tumore prostatico esistono diverse opzioni, ognuna però presenta benefici ed effetti collaterali. In base alle caratteristiche del paziente (età, aspettativa di vita,…) e della malattia (ad esempio: a rischio basso oppure medio oppure alto) lo specialista presenterà le diverse opzioni all’interessato, e attribuirà la terapia più adatta tenendo conto ovviamente anche della preferenza individuale. In alcuni casi selezionati il paziente con carcinoma prostatico con malattia localizzata può anche essere semplicemente monitorato con esami periodici di “sorveglianza attiva” e trattato in caso di peggioramento dei parametri clinici e di laboratorio.

Nei casi in cui il tumore è confinato alla sola prostata un’opzione terapeutica è quella chirurgica, la prostatectomia radicale, ovvero l’asportazione completa della prostata, delle vescicole seminali e generalmente anche dei linfonodi vicini al tumore.

La radioterapia è una valida alternativa alla chirurgia, e viene applicata al paziente allo scopo di eliminare radicalmente le cellule tumorali con l’energia depositata dai fotoni X prodotti da un acceleratore lineare, nel caso della radioterapia convenzionale a fasci esterni, oppure da fasci di particelle cariche generati in ciclotroni o sincrotroni, nel caso dell’adroterapia. A CNAO (Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica) il tumore alla prostata a rischio intermedio e alto viene trattato con successo con ioni carbonio dal 2013.

La brachiterapia è sempre una tecnica di radioterapia convenzionale che prevede, anziché l’irraggiamento da un dispositivo esterno come per la radioterapia a fasci esterni di cui sopra, l’inserimento di sorgenti radioattive sigillate accuratamente disposte direttamente all’interno della prostata, con azione diretta tumoricida su cloni neoplastici attigui all’impianto.

In seguito alla chirurgia il paziente con tumore prostatico può comunque essere avviato a radioterapia post operatoria, a consolidamento della stessa come terapia adiuvante, oppure a scopo di salvataggio in caso di recidiva o di risalita del PSA. Infine, nel setting di un paziente con malattia diffusa, la radioterapia può avere un ruolo palliativo, per contenimento e/o consolidamento delle lesioni metastatiche.

Altre terapie locali, in aggiunta a chirurgia e radioterapia per il trattamento del carcinoma prostatico, però ancora in via di studio e sperimentazione, sono: la crioterapia, che prevede l’eliminazione delle cellule tumorali con applicazione di temperature molto basse, e la tecnica HIFU, che prevede l’utilizzo di ultrasuoni focalizzati sul tumore.

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